Sei storie italiane di emigrazione

By | 13/02/2017

All’interno dei laboratori Lies di formazione all’inchiesta, un gruppo di donne del Sindacato Pensionati Cgil ha affrontato il tema delle migrazioni italiane.

L’obiettivo era di rendere più complesso l’approccio alla questione dei viaggi, raccogliendo la storia di alcuni tra i tanti lavoratori italiani che hanno fatto esperienze di emigrazione.

Le interviste che pubblichiamo sono il frutto di questo lavoro, un contributo che rende chiaro quanto l’emigrazione, anche in condizioni diverse da quelle odierne, sia un’esperienza cruciale nella vita.

Secondo Montanari
Roberto Nicolas Scaettoli e Agnese Santa Basso
Agatino lo Monaco
Vittorio Peloso
Franco Panozzo
Giovanni Cappuzzo

Secondo Montanari

9 agosto 2016, intervista a cura di Gabriella Mariacher

Sono emigrato nel marzo del 1962: figlio di contadini e fiero di esserlo, avevo però studiato e sentivo forte la necessità di autonomia dalla famiglia, che però non era d’accordo sulla mia scelta. Un mio cugino di Portogruaro lavorava già in Svizzera, a Sciaffusa, e mi diceva che c’erano molte opportunità per chi era andato a scuola. Così, ottenuto il permesso dal Consolato perché ancora non avevo fatto il Servizio militare, sono partito con regolare contratto presso una ditta di arredamenti in legno e sono andato ad abitare nella casa dove già stavano due cugini. Questo mi ha facilitato perché l’impatto è stato difficoltoso: Sciaffusa è molto vicina alla Germania, una comunità a maggioranza religiosa protestante.

La ditta lavorava per i supermercati, che là erano già diffusi, noi avevamo il compito della finitura (pannelli, vetri, etc.) dopo che i muratori avevano fatto il grezzo. Mi hanno suggerito di imparare la lingua e così ho cominciato a seguire corsi serali di tedesco organizzati da una catena di alimentari: questo mi ha aiutato a superare le difficoltà di inserimento, imparando a interloquire e nello stesso tempo rispettando tutti per farmi a mia volta rispettare. Le cose sono migliorate; abbiamo formato un comitato cittadino che comprendeva le varie Comunità (quella della Missione cattolica italiana, le Acli, la Colonia Libera di emigranti che derivava dai rifugiati del tempo di guerra, Associazioni di tipo regionale) per essere più forti nei confronti del Governo cantonale, che pian piano ha cominciato a parlare con i nostri rappresentanti. Cercavamo poi di mantenere contatti e intrecciare amicizie con la popolazione locale, ogni anno come Associazione facevamo due feste in piazza; era nostro interesse avere buoni rapporti con la cittadinanza, e tenevamo d’occhio i nostri che sgarravano. Nel frattempo mi sono iscritto al sindacato locale dei lavoratori del legno.

Dopo un anno e mezzo, anche sollecitato da mio padre, son tornato in Italia per assolvere al Servizio militare, 12 mesi. Poi son rientrato a Sciaffusa, lì ho ripreso lo stesso lavoro con la stessa ditta e ho anche preso la patente e comprato una macchina. Eravamo ben pagati, anche con gli straordinari, bastava che garantissimo la conclusione dei lavori entro il termine previsto. Nel frattempo ho aderito a tutte le Associazioni italiane facendomi promotore dell’unità che mancava, al fine di parlare con una sola voce. Le manifestazioni erano proibite, il sindacato era molto controllato, ma siamo riusciti anche a fare una manifestazione in piazza per il lavoro, per contare anche noi. Andavamo a trattare, italiani e tedeschi insieme. Abbiamo aiutato tante persone: addirittura il capo della polizia cantonale ci chiamava come interpreti di italiano ai processi; con la Colonia Libera e le ACLI abbiamo organizzato corsi di italiano e di tedesco, e poi, con i tecnici che erano fra noi, corsi vari di specializzazione.

Nel 1967 ho conosciuto mia moglie Luciana, che era venuta a trovare sua zia che gestiva un ristorante italiano dove andavamo a pranzo la domenica; poi lei è rientrata casa sua, nel veronese, e quando son tornato in Italia per le ferie sono andato a trovarla e a presentarmi ai suoi genitori. Il 20 settembre del 1969 ci siamo sposati a Montecchia di Crosara e poi siamo tornati insieme a Sciaffusa. Abbiamo trovato casa in un piano PEEP, si trattava di una Cooperativa che affittava appartamenti agli italiani senza problemi, solo un’inquilina ha avito per noi una battuta malevola: mentre stavamo traslocando ha detto in tedesco, guardandoci: “è finita la tranquillità”, io le ho risposto, in tedesco, che non c’era motivo che parlasse male. La cosa è finita lì e abbiamo avuto sempre ottimi rapporti con i condomini. Luciana ha trovato lavoro presso la ditta di orologi IWC.

I figli sono nati lì, Mirko nel 1971 e Ivan nel 1974. Per quel che riguarda l’assistenza, il sistema sanitario era privato, pagavo un’Assicurazione ogni 3 mesi, per l’assistenza infortunistica trattenevano una quota sulla busta paga; di assegni familiari davano poco, ma la busta paga era pesante, anche se si pagavano molte tasse (anche per la Chiesa cattolica: essendo minoranza religiosa non aveva finanziamenti pubblici e di conseguenza pagavi per il tuo culto). Siamo rimasti a Sciaffusa fino al 1975, poi è sorto il problema della scuola: se i figli cominciano a frequentare le scuole poi mettono radici lì: tu pensi di tornare in Italia quando vuoi ma non è così, ne avevamo visti troppi che alla fine si son visti costretti a rimanere perché i figli erano completamente integrati, e loro restavano né tedeschi né italiani… Inoltre con l’importo delle pensioni e il costo alto della vita da anziani non vivevano troppo bene.

Intanto mio papà mi aveva anche comprato un pezzo di terreno a Ponte San Nicolò e abbiamo deciso di tornare. Abbiamo cominciato a far su la casa, ed è stato parlando con il geometra che seguiva i lavori che son venuto a sapere che alle OM Stanga c’erano opportunità di lavoro, soprattutto visto che parlavo il tedesco e l’azienda aveva rapporti di lavoro con un’omologa tedesca. Ho mandato il curriculum e mi hanno chiamato per un colloquio, in seguito al quale sono stato assunto anche con la concessione del rinvio di tre mesi perché potessi sistemare le mie cose in Svizzera. Ci è dispiaciuto venir via perché ci trovavamo bene e dopo 12 anni mi son trovato un po’ spaesato, anche per l’impatto con una grossa azienda; ho avuto qualche problema con dei compagni di lavoro che mi consideravano un privilegiato, ma poi mi sono inserito bene.

L’emigrazione attuale è tutta diversa; io sono arrivato nel paese estero con un contratto di lavoro ed ero consapevole che dovevo tralasciare in parte le mie abitudini e adeguarmi alle usanze del posto, se volevo inserirmi. Inoltre lì la polizia, se qualcuno sgarrava, interveniva immediatamente; i tempi di soggiorno erano contingentati e controllati dalla polizia: insomma era un’emigrazione controllata, il contrario di adesso. La situazione di oggi non è minimamente paragonabile, solo una minoranza riesce a inserirsi. L’anno scorso ho organizzato una rimpatriata e siamo stati sul Lago di Costanza, alle cascate di Sciaffusa, ai castelli della Baviera: bellissimi ricordi.

Roberto Nicolas Scaettoli e Agnese Santa Basso

Intervista a cura di Lorena Piacentin

Mar del Plata è una splendida città dell’Argentina affacciata sull’oceano Atlantico, ed ha fatto da sfondo all’incontro tra Roberto e Agnese, due italiani che qui si sono prima conosciuti e poi sposati a metà degli anni Sessanta. Roberto è nato in Argentina a Tandil, una cittadina dell’entroterra, da una famiglia di italiani emigranti giunti qui prima della guerra; Agnese è nata a Vedelago, in provincia di Treviso, e nel 1950 quando era ancora piccolissima era partita per l’America insieme ai genitori, ai nonni, ai tre fratelli e agli zii. Un amico di famiglia che aveva fatto fortuna in Argentina li aveva invitati a lasciare la loro casa per stabilirsi in questa giovane terra che prometteva un futuro migliore.

Agnese non conserva il ricordo di quella partenza perché aveva solo 3 anni, ma i due fratelli più grandi ne parlavano spesso di quel lungo viaggio oltreoceano. L’Argentina rappresentava la possibilità di un lavoro e di un mondo che li avrebbe accolti a braccia aperte. “Mia madre era contentissima di andarsene da Vedelago perché qui le condizioni di vita erano difficili, e si era costretti a vivere nella stessa casa in molte famiglie Una volta arrivati in Argentina ognuno poté costruirsi la propria abitazione e ricominciare una vita più dignitosa – racconta Agnese –. Mio padre acquistò un pezzo di terreno pagandolo con il suo lavoro in soli due anni. Qui ce ne volevano almeno dieci”. Agnese ricorda con molta nostalgia quel periodo della sua vita trascorso in Argentina che si è concluso nel 1990 quando ritornarono in Italia. Lì aveva vissuto gli anni della giovinezza, avevano celebrato il matrimonio tra lei e Roberto nel 1969 e poi sempre lì erano la nati e cresciuti i due figli Romina e Ariel.

A Mar del Plata Agnese lavorava in un negozio di gioielli in centro città e ricorda il giorno il cui si sono incontrati. “Roberto passava spesso davanti al negozio ed un giorno decise di superare la timidezza entrò e mi offrì un caffè – racconta Agnese –. Da allora continuammo a vederci fino a al momento in cui decidemmo di sposarci”. Mi mostra le foto che li ritrae durante la festa del loro fidanzamento in mezzo ad amici e parenti. Roberto aveva trovato il suo primo impiego in un magazzino di prodotti alimentari dove si occupava della parte amministrativa. Dopo qualche anno ottenne un impiego di una certa importanza presso il Comune dove ricopri il ruolo di ispettore capo generale che mantenne per 35 anni fino al loro rientro in Italia. La vita dunque scorreva tranquilla, dal punto di vista economico nulla lasciava presagire che da lì a qualche anno le cose sarebbero andate diversamente.

“Era il 1976 quando una sera alla televisione fu annunciato il colpo di Stato – spiega Agnese – ma sembrava che apparentemente nulla fosse cambiato rispetto a prima e noi continuammo a condurre la nostra vita di sempre”. Era il 29 marzo quando Jorge Rafael Videla Redondo salì al potere rovesciando il governo dell’allora presidente Isabelita Peron, instaurando un regime militare contrassegnato dalla violazione dei diritti umani e dall’assassinio di migliaia di persone. Fu accusato di crimini contro l’umanità e responsabile della scomparsa di tanti cittadini chiamati appunto desaparecidos. Roberto continuò il suo lavoro in Comune ma la sensazione che le cose stessero cambiando diventò sempre più reale, soprattutto dal punto di vista economico e dalla mancanza di libertà civili che lentamente offuscava la vita di ognuno.

“Le notizie che riportavano i giornali e la televisione non corrispondevano ai fatti e la verità ci veniva negata – commenta Roberto -. Per esempio l’aumento dei prezzi era salito in modo esponenziale ma nessuno ne parlava, oppure venivano riportati dati che minimizzavano enormemente la realtà, al punto che solo al momento di pagare ci si rendeva conto che i nostri soldi valevano poco o niente. Inoltre – continua – si aveva la percezione anzi la certezza che fosse ormai pericoloso parlare e commentare quello che stava accadendo. Si respirava un malessere ovunque e la gente doveva comportarsi come pecore senza mai alzare la testa”.

E le cose non migliorarono, anzi. La precarietà del lavoro e la sensazione che gli anni di tranquillità economica fossero ormai lontani divennero sempre più concrete. Si arrivava a fine mese con l’acqua alla gola e Agnese e Roberto cominciarono a guardare all’Europa e all’Italia come ad un Paese dove il progresso, la democrazia e la stabilità economica erano valori garantiti a tutti i cittadini. Inoltre in Italia Agnese aveva alcuni parenti fra cui una zia ed un fratello e molti amici che li invitavano a tornare. Nei primi mesi del 1990 Roberto chiese un anno di aspettativa dal lavoro, fecero i bagagli, lasciarono la loro casa, gli amici carissimi, un buon impiego e la scuola frequentata dai figli ormai adolescenti e vennero in Italia. “La nostra intenzione era di fermarci i qualche anno aspettando che le cose cambiassero e poi di ritornare in Argentina, ma ben presto ci rendemmo conto che i figli ormai volevano continuare la loro vita qui e non potevamo metterli in condizione di trasferirci di nuovo in un altro luogo” spiega Roberto.

Non sarebbero infatti più ritornati in Argentina. “Abbiamo lasciato la nostra nuova casa e tanti amici, tutto il quartiere a cui eravamo legatissimi e con cui siamo in contatto ancora oggi tutti i giorni” continua Agnese. L’impatto con la realtà italiana fu durissimo. La famiglia scelse come prima tappa la Sicilia dove trascorsero 6 anni in cui Roberto dovette adattarsi ai svolgere lavori pesanti, e dove in ogni caso lavoro non ce n’era o ce n’era pochissimo anche per i siciliani. Furono dunque costretti a rifare i bagagli e ripartire per il nord Italia lasciando in Sicilia tante persone che li avevano accolti ed aiutati.
Giunsero a Loreggia nell’Alta Padovana, terra di valori legati al lavoro ma dove talvolta gli stranieri vengono guardati con un certa diffidenza.

“Non mi faccia ricordare – ripete Roberto -. Noi in Argentina gli immigrati non li trattiamo così. Qui fu più faticoso integrarsi e forse ancora oggi dopo 25 anni ci sentiamo stranieri; tutti sono gentili ma rispetto al nostro paese di provenienza ci manca l’immediatezza e la spontaneità nei rapporti umani. Anche qui – continua – non fu facile agli inizi trovare un lavoro dignitoso, soprattutto e per me che in Argentina avevo un ruolo dirigenziale. Lo scoglio più arduo da superare fu quel muro di diffidenza quando andavo a chiedere di lavorare”. Trovarono casa a Loreggia dove vivono tutt’ora e dove Roberto lavorò come giardiniere per una cooperativa e poi in fabbrica e in fonderia.

Ora la coppia vive in un grazioso appartamento vicino al centro di Loreggia, conduce una semplice vita da pensionati, Roberto convive da anni con problemi di salute che lo costringono a rimanere spesso in casa. Ma quello che manca ad entrambi è quel calore umano a cui erano abituati da sempre e che caratterizza i popoli dell’America Latina. “Qui si vive discretamente, la sanità pubblica garantisce un’ottima assistenza e i nostri figli hanno trovato un buon lavoro e si sono formati una famiglia –precisa Agnese – però la nostalgia per quei luoghi dove abbiamo vissuto tanti anni spesso ci accompagna. In Argentina venivano gli amici in casa, si beveva il mate tutti insieme; e a Mar del Plata, città grande affollata di gente che durante la stagione estiva triplicava i suoi residenti, c’era il mare il sole e la voglia di divertirsi”.

Roberto mi mostra alcune foto della città argentina, il lungomare la spiaggia ed il sole splendente. Quei luoghi continuano a rappresentare la giovinezza ed un pezzo di vita rimasto oltre oceano.

Agatino lo Monaco

Bad Homburg Di Dontworry - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7914470

Bad Homburg Di Dontworry – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7914470

Camposampiero, 5 luglio 2016, intervista a cura di Lorena Piacentin

Il viaggio di Agatino inizia nel profondo sud, a Scoglitti in provincia di Ragusa, un paesino affacciato sul canale di Sicilia. Ancora giovanissimi, lui appena maggiorenne e la moglie di 16 anni lasciano il figlio di pochi mesi alle cure della suocera e prendono il treno per la Svizzera in cerca di fortuna. Era il 1968. Un loro vicino di casa, che viveva ormai da 15 anni nel Canton Lucerna, gli aveva procurato un contratto in una fabbrica di orologi, oltre ad un indirizzo dove avrebbero potuto alloggiare.

Il lavoro consiste nel montaggio di ingranaggi durante il quale si utilizzano materiali preziosi come l’oro e l’argento: alla sera, ogni operaio prima di uscire deve sottoporsi ad un accurato controllo per verificare che non ci siano stati furti.
Il soggiorno in Svizzera dura appena 4 mesi, poi Agatino e la moglie tornano a casa per riabbracciare il loro bambino da cui erano rimasti a lungo lontani.

Decidono di rimanere a Scoglitti e di ricominciare la loro vita nel paese d’origine. Agatino avvia un’attività con un amico, diventano soci, e aprono un’officina come carrozzieri. Dopo quattro anni, quando ormai la società è ben avviata, si trovano a dover affrontare le richieste di tangenti da parte della criminalità organizzata che a Scoglitti controlla il territorio con la violenza e le minacce. “Purtroppo la mafia detta legge giù in Sicilia e arrivò pure nella nostra officina -racconta –. Si presentavano puntualmente ogni mese a riscuotere il pizzo minacciando ritorsioni se ci rifiutavamo di pagare. Accettammo nostro malgrado le imposizioni dei mafiosi ma ben presto diventò impossibile sopravvivere in quelle condizioni. Non fummo più in grado di pagare e così dopo una settimana diedero fuoco all’officina e tutto il nostro lavoro andò in fumo”.

A quel punto Agatino non ebbe altra scelta: il passaggio obbligato era andarsene più lontano possibile da quella terra che aveva tradito ogni speranza di un futuro migliore. Con la disperazione e una montagna di debiti, quasi otto milioni di lire dell’epoca, Agatino e il suo socio furono costretti a partire e ad emigrare verso un altro luogo dove poter ricostruire una vita: lasciarono la loro terra e la famiglia per raggiungere la Germania. Presero un treno con destinazione Bad Homburg, una città che si trova nella regione dell’Assia, dove da diversi anni viveva la sorella del suo amico. “Fui assunto in un’officina della Fiat, ma dopo sei mesi mi licenziai per andare alla Volkswagen – racconta -. Mi trovai ben presto ad affrontare una grande difficoltà: imparare una lingua straniera. Per me fu davvero un ostacolo che mi costò una certa sofferenza, dato che in fabbrica si parlava solo tedesco; quando andavo al supermercato mi sentivo estremamente a disagio per la mia inadeguatezza – continua -. Poi finalmente mi decisi a frequentare un corso di lingua tedesca organizzato da una scuola cattolica. Il mio insegnante era un prete, don Giacomo”.

Era il 1972 e Agatino, superata la prima fase di adattamento al nuovo ambiente, non tardò a ritornare in Sicilia per riprendere la moglie, il figlio e la suocera e portarli con sé in Germania. La famiglia si stabilì in un appartamento in affitto grazie all’aiuto di un impiegato del Comune, amico di Agatino, che si adoperò per trovare alla famiglia una buona sistemazione. La moglie fu assunta presso una grande azienda che produceva farmaci e prodotti sanitari, la suocera accudiva il loro figlio. Presto la famiglia si ingrandì e nacquero altri tre figli, ma tra Agatino e la moglie cominciarono le prime incomprensioni che nel 1987 sfociarono in una vera e propria rottura. I due coniugi si separarono e Agatino se ne andò di casa, lasciò la famiglia e trovò una camera in affitto presso una pensione dove condivideva alcuni spazi con altre persone.

I quattro figli rimasero con la madre e la nonna, crebbero e frequentarono le scuole tedesche e si costruirono la loro vita in Germania, dove vivono ancora oggi. Anche la madre non fece più ritorno in patria e risiede ancora nella stessa casa di Bad Homburg dove aveva vissuto con il marito sin da quando avevano lasciato la Sicilia.
Per Agatino invece le cose andarono diversamente. Rimase due anni nella pensione e poi si trovò un appartamento in affitto, pagando 250 marchi al mese e continuando a vivere da solo per alcuni anni nella stessa città dove risiedeva la famiglia. Poi decise di cambiare città a causa di continue discussioni con il terzogenito e si trasferì nei pressi di Offenbach dove rimase fino al 1999. Un giorno venne raggiunto dal fratello, partito dalla Sicilia con una grossa moto insieme ad una ragazza, deciso a rimanere in Germania. Con l’aiuto di Agatino trovò lavoro, si costruì una nuova esistenza e non fece più ritorno in patria.

Agatino ricorda la sua esperienza di operaio: “Quando entri per la prima volta in una fabbrica tedesca, sei guardato a vista e sorvegliato in tutti i movimenti che fai; ma quando finalmente capiscono che sai lavorare e che non risparmi la tua fatica, ottieni la massimo fiducia”.

Un brutto incidente in moto, che gli costò la frattura di tre vertebre, costrinse Agatino a trascorrere un mese in ospedale dove fu sottoposto ad una delicata operazione chirurgica. Grazie ad una assistenza sanitaria efficiente guarì completamente. Racconta con soddisfazione che tre anni fa è tornato per un controllo presso la stessa clinica dove è stato visitato dal chirurgo che l’aveva a suo tempo operato.

Ma dopo 22 anni trascorsi da emigrato nella nazione tedesca, prende una decisione che lo allontanerà definitivamente dalla moglie e dai figli, mettendo migliaia di chilometri di distanza da loro. Agatino torna in Sicilia deciso a ricominciare la sua vita nella terra di origine e va a vivere nella casa paterna in provincia di Catania. Per qualche anno lavora in nero presso una carrozzeria a Ragusa ma ben presto si rende conto che, non versando contributi, avrebbe goduto in futuro di una magra pensione.

“Un giorno lessi sul giornale che una agenzia interinale cercava manodopera a Padova. Risposi immediatamente all’annuncio, rifeci le valige, partii con il treno verso il nord d’Italia dove non ero mai stato. Insieme a me venne anche mio padre che visse con me gli ultimi anni della sua vita – racconta -. Trovai lavori occasionali finché fui assunto da un azienda di Borgoricco dove rimasi fino al 2007, anno in cui l’azienda fallì e chiuse i battenti. Cominciò un periodo durante il quale ho continuato a lavorare prima in fabbrica e poi in agricoltura finché sono arrivati i documenti dalla Germania e a 65 anni sono andato in pensione”.

Da una decina d’anni Agatino vive con Mia, la moglie rumena e le sue due figlie, in un appartamento al secondo piano vicino il centro di Camposampiero. Mi indica la foto di Laura, la figlia minore rimasta in Germania con la madre insieme agli altri tre fratelli e che aveva solo 4 anni quando si separò dalla moglie. La figlia maggiore di Mia è laureata in economia aziendale e vive in Qatar da un anno e mezzo. “I nostri giovani sono costretti ad andarsene perché non trovano lavoro in Italia, cercano inutilmente di costruirsi un futuro qui, ma il loro paese non li vuole, proprio come accadde a me quando emigrai all’estero” spiega con amarezza.

Agatino non nasconde la sua preoccupazione per le migliaia di profughi che ogni giorno si spingono a migliaia fino sulle coste siciliane, e che pur di sfuggire alla guerra ed alle sopraffazioni affrontano l’incognita di un viaggio dal quale non sempre riescono a sopravvivere.

Vittorio Peloso

Campodarsego, 14 maggio 2016, intervista a cura di Lorena Piacentin

Siamo nel 1960, Vittorio ha 23 anni, vive con i genitori e i fratelli in una casetta di campagna nel comune di Campodarsego, a nord di Padova. La sua è una famiglia di agricoltori che campa coltivando la terra traendone l’indispensabile per vivere. Vittorio sente che sente crescere il bisogno di soddisfare la sua curiosità ed il suo desiderio di riscatto oltre i confini del paese di origine. Lavora come operaio edile presso un’impresa di costruzioni a Padova e aiuta i genitori nel lavoro dei campi.

“Quei luoghi mi stavano ormai stretti, volevo conoscere altre realtà – racconta – e superare i confini di quel mondo dove ero cresciuto e dove la vita scorreva sempre uguale”. Viene a sapere che a Borgoricco, in un comune limitrofo, alcuni giovani sono partiti per la Svizzera a fare i muratori stagionali. Va a informarsi, lascia le sue credenziali ed ad aprile dello stesso anno arrivano i documenti per l’espatrio. Parte qualche settimana più tardi con un amico che svolge il suo stesso lavoro in edilizia.

“Lasciai la casa dove ero nato, la mia fidanzata e i genitori, con 60mila lire in tasca, che avevo percepito a titolo di liquidazione dopo un anno di lavoro svolto in patria – ricorda Vittorio -. Partimmo dalla stazione di Padova e a Chiasso dovemmo scendere per essere sottoposti a visita medica dalle autorità sanitarie svizzere”. Superato l’esame ripartirono con destinazione Aarau, una città industriale di circa 25mila abitanti che si trova nel Canton tedesco a 50 chilometri da Zurigo.

“Quando scendemmo dal treno con la nostra valigia sulle spalle, provai una sensazione di disorientamento – racconta Vittorio -. Avevamo un indirizzo, ma non sapevamo nemmeno da che parte fosse la nostra direzione. Prendemmo il sottopasso della stazione ma ci accorgemmo presto che conduceva dalla parte contraria, in aperta campagna. Tornammo allora indietro ripercorrendo la stessa strada e ci trovammo finalmente nella città che ci avrebbe ospitati per i 10 anni successivi”.

“Camminammo a lungo su strade sconosciute finché raggiungemmo una piazza – continua – dove sostava un gruppo di persone che conversavano tra di loro. Erano italiani. Chiedemmo di Oliviero Orlando di Borgoricco e fummo accompagnati a casa di questi, dove trascorremmo la prima notte da emigrati in Svizzera”. Il lunedì iniziarono il lavoro in un impresa di costruzioni edili dove lavoravano mille operai, di cui oltre il 60 per cento italiani, molti di questi provenienti dal Veneto e dall’Alta padovana. Il personale svizzero occupava posti di controllo e dirigenziali. “Sembrava di essere in Italia, parlavo quasi esclusivamente la nostra lingua, del tedesco ho imparato lo stretto indispensabile, quel tanto che occorreva per andare al supermercato a fare la spesa” dice sorridendo Vittorio.

I primi tre mesi Vittorio alloggia in una camera in affitto presso una famiglia del luogo, più tardi trova un piccolo appartamento, una camera con bagno e cucina, dove vive prima da solo e e poi con Elsa, che sposerà l’anno dopo e che lo segue per condividere con lui l’esperienza di lavoro e di vita in Svizzera.

“Per una fortuita coincidenza, il capo del cantiere, di nazionalità svizzera, aveva sposato una emigrata italiana originaria di Borgoricco che aveva incontrato ad Aarau. Parlava italiano e questo rese i rapporti di lavoro molto più semplici – spiega Vittorio -. La popolazione locale manifestava una certa diffidenza verso noi italiani quando uscivamo in gruppo la sera. Ma devo ammettere di non aver mai trovato una vera e propria ostilità nei nostri confronti e di avere un ricordo positivo delle persone che ho incontrato”.

Vittorio lavora sodo, l’impresa costruisce palazzi nel centro città, spesso la parte più consistente viene edificata sotto il livello della strada perché la legge vieta di superare i tre piani di altezza. Inoltre si guadagna bene, la paga mensile risulta quasi il triplo rapportata a quella italiana dell’epoca. Accadde però un evento che rimase impresso nella memoria di Vittorio perché rischiò di compromettere il suo soggiorno in Svizzera.

“Erano trascorsi ormai quattro anni da quando lavoravo nella stessa impresa, e una mattina quando ci presentammo al lavoro ci dissero che per motivi organizzativi sarebbe diminuito l’orario di lavoro. La nostra reazione fu immediata: eravamo una sessantina di operai e ci rifiutammo di entrare in cantiere per protesta – spiega -. Fui io stesso a spiegare le nostre ragioni ai dirigenti e perciò mi dichiararpno responsabile dell’accaduto”. Il giorno dopo gli operai tornarono al lavoro ma Vittorio fu accusato di aver fomentato la protesta. Venne immediatamente licenziato e costretto a rimpatriare. La legge svizzera non prevedeva il diritto di sciopero.

Vittorio non si perse d’animo, trascorse un periodo nel paese di origine, dove nel frattempo iniziò a costruire la sua nuova casa. Dopo qualche mese ritornò in Svizzera con in mano la lettera di assunzione presso una nuova impresa che operava nell’edilizia privata e nella costruzione di rifugi antiatomici: l’incubo della guerra nucleare a quel tempo imponeva ai cittadini tali misure di sicurezza.

Mentre Vittorio racconta la sua esperienza, arriva Elsa, la moglie che ha trascorso con lui gli anni da emigrato. Sale le scale in cerca di alcune foto che li ritraggono durante il periodo in Svizzera. Ecco le foto del battesimo del primo figlio, nato ad Aarau nel 1965, in una chiesa spoglia di paramenti sacri. Poi una foto di gruppo sulla diga di Aarau con amici e colleghi italiani. Elsa ha vissuto 9 anni di lavoro prima in una fabbrica di scarpe e poi, complici i dissidi con una direttrice italiana, cambia attività e viene assunta in una grande azienda che costruisce strumenti ottici. “Eravamo circa 4mila dipendenti e nel mio reparto operavano 60 uomini e due donne, di cui una ero io”.

Elsa racconta la sua esperienza con il servizio sanitario svizzero in occasione di un suo ricovero in ospedale durante la sua seconda gravidanza: “Ho trovato un’assistenza impeccabile – racconta -, avevo medici e infermieri che regolarmente mi facevano visita per controllare il mio stato di salute. Accadde però un giorno che mi rifiutai di farmi visitare da un medico di colore. Lui mi rassicurò dicendomi che l’unica diversità era solo dovuta all’apparenza, ma come medico poteva vantare la stessa competenza di tutti gli altri”.

Osservo le pareti della cucina tappezzate di fogli disegnati dai nipoti e dediche rivolte ai nonni. Spicca tre le altre una grande foto di Che Guevara, donata dal figlio, che testimonia le sue simpatie per l’eroe della rivoluzione cubana. Vittorio conta una lunga militanza all’interno del Partito Comunista, ha partecipato alle attività politiche nella sezione locale del partito e del sindacato Cgil, mettendo a disposizione il suo tempo e le sue energie per una nobile causa.

Ma cosa li spinse a Pasqua del 1969 a rifare le valige per ritornare in patria dopo 10 anni trascorsi all’estero? I motivi furono diversi: bisognava decidere dove fare crescere il figlio, se avrebbe frequentato le scuole svizzere o quelle italiane; la casa che Vittorio aveva costruito un pezzo alla volta quando tornava nei periodo di bassa stagione, era ormai pronta. Le loro radici erano ben piantate nella terra dove erano nati e vollero tornare in Italia. Fu difficile all’inizio reintegrarsi in un mondo che appariva così diverso ai loro occhi abituati ad un altro Paese, e a diverse condizioni di vita.

Oggi Vittorio rifarebbe di nuovo le stesse scelte e dice: “È importante che i giovani trovino il coraggio e la forza di partire, di fare nuove esperienze e di misurarsi con Paesi diversi dal nostro. Si aprono per loro infinite possibilità di conoscenza e di crescita”. Guarda però con preoccupazione alle ondate di profughi che arrivano in Italia e pensa che non ci sarà mai fine a queste migrazioni e nessuno potrà mai fermare questa massa di disperati che fuggono da guerre, fame e tragedie.

Franco Panozzo

Zurigo Di Ikiwaner - Opera propria (Eigenes Bild), CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1363948

Zurigo Di Ikiwaner – Opera propria (Eigenes Bild), CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1363948

25 giugno 2016, intervista a cura di Sonia Biasi

Franco è emigrato in Svizzera nel 1963. La sua famiglia viveva a Ponte San Nicolò nel quartiere dove anche oggi lui abita. “Eravamo quattro fratelli – racconta –, il primo è partito per la Svizzera molto giovane, a 17 anni, poi è partito un altro fratello e un altro ancora. Anch’io desideravo partire, andare fuori, vedere un po’ di mondo. L’occasione si è presentata nel ’63 con l’arrivo di una proposta di lavoro da Zurigo. Ho accettato e sono partito”.

“A Zurigo quando sono sceso dal treno ho trovato ad accogliermi il datore di lavoro che era venuto a prendermi per accompagnarmi all’appartamento dove avrei abitato. L’inizio della mia esperienza di emigrato fu bellissimo e soft. Dei miei fratelli uno solo era con me, gli altri si erano trasferiti altrove. Fui da subito soddisfatto del mio lavoro, nella piccola azienda di insegne al neon, anche se il lavoro assegnatomi non corrispondeva alla mia specializzazione. Mi inserii bene nel gruppo (eravamo in tutto 8 persone di varie nazionalità) poiché dimostrai disponibilità e capacità di apprendere velocemente. Erano tutti contenti di me e io di loro ed ero soprattutto felice di poter gestire il mio lavoro in modo molto autonomo”.

Franco in diversi momenti dell’intervista ribadisce che l’organizzazione del lavoro gli era molto congeniale perché gli permetteva una totale autonomia e perché si sentiva rispettato e stimato. Egli afferma: “Non ho mai avuto problemi razziali, ho sempre cercato di comportarmi con rispetto perché sapevo di essere in un paese straniero e mi sembrava giusto adeguarmi alla cultura e alle abitudini di chi mi aveva accolto. Non così si comportarono alcuni italiani, soprattutto con l’arrivo nel ’65 dell’emigrazione dal sud che ebbe inizialmente un pessimo impatto con l’ambiente ospitante”.

Franco ci racconta di un brutto caso di cronaca nera e dell’uccisione di un giovane da lui conosciuto, la cui unica colpa era stata quella di difende la fidanzata da pesanti avances di un gruppetto di ragazzotti italiani, e di altri fatti di cronaca nera. Soggiunge poi: “Come qui, ora, entrano molte brave persone e alcune cattive persone”. Franco per meglio integrarsi si iscrive per due anni ad una scuola serale per imparare la lingua. È una scelta impegnativa che lo ricompensa con una maggior capacità di dialogare anche all’infuori dell’azienda. Ricorda come un aspetto positivo della società svizzera la possibilità, nei ristoranti e nei vari luoghi di ritrovo, di conversare con persone di ogni etnia e censo, con professori o industriali, con artigiani o operai, senza alcun filtro e spontaneamente, disponibilità che non ha ritrovato in Italia. Franco rientra Italia per salutare i genitori e incontra Bertilla che già conosceva e, citando le sue esatte parole: “Sono tornato a casa, ci siamo visti ed è stato subito come per Romeo e Giulietta”.

Durante il fidanzamento Bertilla inizia a studiare il tedesco e pensa di trasferirsi a Zurigo dove si reca in vacanza, ma presto capisce che per lei è troppo importante restare in Italia vicino ai suoi famigliari e conservare il suo lavoro in banca. Di Franco dice: “Lui è molto più nomade di me, discende da una famiglia dell’Altopiano di Asiago che è venuta qua a fine ‘800, facevano gli insegnanti. Ho preferito restare e lui è tornato”. Si sposano nel ’74. È Bertilla a confidarci: “Mio marito ha avuto tante difficoltà a rientrare in Italia e ha sofferto tanto, proprio tanto”. Franco conferma: “In Svizzera era facile, se lo desideravi, cambiare lavoro; in Italia ci sono meno possibilità; ma soprattutto l’organizzazione del lavoro è diversa, qui c’è meno autonomia, meno rispetto e poi la differenza salariale è esorbitante. Forse – riflette Franco – la mia situazione lavorativa è stata particolarmente positiva” e ci racconta due episodi nei quali il suo datore di lavoro gli dimostrò grande stima e sostegno (in uno addirittura il proprietario lo ospitò a casa sua perché potesse meglio guarire dopo un infortunio).

“Nel lavoro eravamo tutti assicurati, non c’era in Svizzera una sanità per tutti, a prescindere, ma dovevi essere assicurato. Un aspetto negativo che avevo riscontrato era la solitudine degli anziani, e intendo gli svizzeri stessi. Generalmente non erano seguiti dalle famiglie e rimanevano soli. La comunità che frequentavo non era solo formata da italiani ed era più di tipo religioso (missione cattolica) e poi c’era la cooperativa italiana (ritrovo, ristorante, etc.). Riferimento sindacale non ne ho mai avuto, non avendo problemi, e non ne so niente. Di quei 10 anni in Svizzera mi è rimasto un bel ricordo e ad un giovane consiglierei senz’altro una simile esperienza”.

“Per quanto riguarda l’immigrazione attuale, io non ho problemi, ma è chiaro che l’organizzazione è sempre fondamentale. Mi rendo conto che il mondo è però molto cambiato; c’è la presenza sul mercato di grandi multinazionali che si spostano di paese in paese, lo sfruttano e poi se ne vanno lasciando anche molti problemi. In Svizzera quando c’ero io era tutto molto controllato e regolato, oggi so che non è più così. A causa di queste multinazionali c’è uno sfruttamento inaccettabile”.

Anche Bertilla interviene e ci racconta del figlio che è in aeronautica e viaggia molto portandosi appresso la famiglia. Racconta dei fratelli del marito che sono rimasti in Svizzera, dei nipoti che vivono lì e che lavorano in settori di grande interesse anche sociale, della nipote che si occupa di anti-riciclaggio e dello zio missionario in Angola e dei disastri del colonialismo. Purtroppo l’ora si è fatta tarda e bisogna chiudere l’intervista e salutarci. È stato un piacere conoscere una famiglia molto radicata nel territorio, consapevole della propria storia e delle proprie radici ma anche molto aperta al mondo e al cambiamento. Si potrebbe dire una famiglia europea o meglio cosmopolita, sia per propria inclinazione sia per legami parentali.

Giovanni Cappuzzo

La Chaux De Fond Di Arnaud Gaillard (arnaud () amarys.com) - Photo de l'auteur, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=64692

La Chaux De Fond Di Arnaud Gaillard (arnaud () amarys.com) – Photo de l’auteur, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=64692

19 agosto 2016, intervista a cura di Gabriella Mariacher

Sono emigrato nella Svizzera francese, a La Chaux-de Fonds, nel 1966, e rientrato in Italia nel 1978. A 18 anni facevo l’apprendista, non guadagnavo abbastanza e soprattutto non mi insegnavano niente: mio fratello Ferdinando era già in Svizzera, mi ha trovato lavoro e quando mi è arrivato il contratto sono partito col treno; il contratto era necessario sia per il rinvio del servizio militare sia perché alla frontiera ci facevano la visita sanitaria. Ho trovato una stanza in affitto, anche se Ferdinando aveva già una casa, andavo a mangiare da lui e quando nel 1972 è tornato in Italia sono andato ad abitare lì.

Lavoravo presso una ditta di orologeria. Ma sono stato in due fabbriche diverse perché volevo imparare e quindi mi spostavo. Ho imparato la lingua francese frequentando dei corsi organizzati da catene di supermercati e non ho avuto problemi con la gente del posto, anche i padroni erano “buoni” con noi, una volta che in pausa giocavamo a pallone e abbiamo rotto un vetro i colleghi svizzeri ci hanno fatto la spia, ma il padrone ci ha regalato un pallone nuovo… Se c’era necessità ospitavano anche gli operai all’interno della fabbrica. Ho avuto anche la possibilità di studiare: ho fatto la terza media italiana (c’erano corsi organizzati da italiani) e poi ho frequentato la scuola svizzera di meccanica. Dopo il lavoro ci trovavamo con i colleghi italiani, ma a me piaceva frequentare i locali dove andavano tutti.

Nel 1970 ho conosciuto mia moglie Giuseppina, che è siciliana di Messina: era andata a lavorare là, dove aveva già due fratelli e una sorella, in un laboratorio di analisi in ospedale. Uno dei fratelli faceva il corso con me, lo conoscevo, e in un giorno di pioggia le ho dato un passaggio in auto: così è cominciata la nostra storia. Nel 1973 ci siamo sposati, in seguito quando è venuta da noi sua mamma, che aveva il morbo di Parkinson e doveva essere assistita, abbiamo cambiato casa trovando un appartamento più grande. Il 24 aprile 1976 è nato Adriano. Mia moglie ha continuato a lavorare: c’era la disponibilità di un asilo nido presso il posto di lavoro e comunque ci teneva il piccolo sua sorella. Per l’assistenza sanitaria non abbiamo avuto problemi: era privata e ci si faceva un’assicurazione scegliendo le coperture, mentre all’assistenza infortunistica pensava il datore di lavoro. Però quando Adriano aveva due anni abbiamo cominciato a pensare al problema della scuola, bisognava decidere se volevamo rientrare in Italia prima che lui cominciasse a frequentarla; nel frattempo con i miei fratelli avevamo comprato qui tre appezzamenti di terra e avevamo cominciato a costruire le case. Quindi nel 1978 siamo tornati, ma per il piccolo è stato proprio un dispiacere, non voleva saperne, piangeva, non mangiava, voleva i suoi tre cuginetti che erano rimasti in Svizzera. Dopo 4 anni è nato Dario.

In Svizzera ero pagato bene e lavorando anche mia moglie non avevamo problemi, anzi riuscivamo a metter via praticamente uno stipendio, il franco svizzero valeva molto all’epoca e così ci abbiamo messo poco anche a tirar su la casa. In Italia come lavoro ancora prima di tornare ho trovato posto come meccanico nella fabbrica di un amico ad Albignasego, facevo manutenzione delle macchine, l’ambiente di lavoro non mi piaceva tanto perché non avevi nessuna autonomia: ci sono stato due anni, naturalmente pagato peggio che in Svizzera, poi sono andato a lavorare in ospedale e ci sono stato vent’anni, prima in Pediatria e poi al Pronto Soccorso. Giuseppina invece non ha lavorato più; inoltre il periodo lavorato in Svizzera non l’ha perso (come pensione) mentre i sette anni di agricoltura fatti in Italia sono stati buttati…! Chi è rimasto in Svizzera ancora oggi ha più possibilità: si è pagati meglio, favoriti per il mutuo; è vero che il costo della vita era più alto, ma comunque per noi è stato meglio. Ero iscritto al sindacato di categoria locale, c’erano delle agevolazioni, ma in realtà non contrattavi col padrone sul terreno sindacale. Quando ci ha chiesto di lavorare il sabato e noi volevamo un aumento, in un primo tempo ha detto no, poi ce l’ha concesso ma sempre al di fuori di vertenze di tipo sindacale. Così come quando ha pagato di tasca sua le cure termali a mio fratello che ne aveva necessità. Ma c’erano cose ritenute imprescindibili: per esempio la puntualità sul lavoro.

Per quel che riguarda la pratica religiosa, la maggioranza era protestante, ma c’era la comunità cattolica e anche la messa in italiano. Ricordo che d’inverno c’era tanta neve… eravamo a mille metri, e dovevo ricordarmi bene dove avevo parcheggiato l’automobile, se no spalavo via la neve da quella di qualcun altro! Ogni tanto torniamo, siamo stati anche a maggio di quest’anno.

A proposito della migrazione di oggi posso solo dire che sento una pena infinita per tutti questi morti; certo anche allora c’erano operai che vivevano nelle baracche, ma in Svizzera c’era bisogno di molta manodopera. Ora meno, ma qui adesso lavoro non se ne trova, forse i lavori pesanti che gli italiani non vogliono più fare.

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